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lunedì 23 marzo 2020

Un insueto miraggio

Muta la piazza. La città degli uomini
un insueto miraggio in lontananza,
altrove, sprofondata nel silenzio
del cuore. Un senso vano nel ricordo

il sole tra i mattoni, lama lucida
tra gli spigoli aguzzi, dove il tempo
fa il nido coi piccioni. Nel socchiudere
gli occhi un brivido trema, ombre di giorni

in un’eco lunghissima. Domandano
le cose una risposta. Il vuoto incombe,
senza motivo langue. Tra le nuvole
libere va il pensiero ad altri azzurri

lastricati di gioie. Un’aria tiepida
scioglie questa durezza, abbraccio tetro
di un’epoca che soffoca dimentica
la verità. Sorridono tra i vetri

guizzi d’occhi invisibili nel tenue
bagliore sulla via. Sul ciglio il prato
fiorisce di speranze. Nell’inerzia
non termina sul limite la corsa.

Dolce il colore che s’insinua tenue
nell’anima. Le doglie di una nuova
creazione s’affacciano alla soglia.
Più non saremo ciò che siamo stati.

Casalecchio di Reno (Bologna), 23 marzo 2020

In questo tempo di clausura, in cui tutto giunge alle nostre orecchie come un’eco lontanissima, ombra di un’ombra nel ricordo di ciò che non è più, un miraggio si manifesta, desiderio di tornare a una normalità che nemmeno prima ci apparteneva. Tutto doveva trovare una battuta d’arresto, come la pausa in una canzone, per poi ricominciare non come prima, ma meglio di prima, perché il crogiuolo che si vive serve a raffinare, a depurare. Una parte di noi, quella più vecchia e incrostata, deve lasciare il posto alla farfalla pronta a liberarsi e a librarsi in un mondo più sereno. Bisogna confidare che la via riprenda secondo il disegno di chi ha tracciato la strada: solo in questo modo le storture verranno raddrizzate, solo così le montagne saranno appianate. Le nostre città torneranno più belle di prima, perché le guarderemo con occhi semplici, quelli dei bambini, che vedono tutto per la prima volta nello stupore innanzi a sé.  Il silenzio delle nostre piazze servirà a rendere più sereno il saluto, quando ci rivedremo senza più timore, senza più paura. La primavera è alle porte: il sole splende come una carezza dolce. 
Copyright testi e immagine (C) Federico Cinti 2020

giovedì 18 ottobre 2018

A san Luca evangelista



Eri medico, Luca, per sanare
le malattie degli uomini e il Signore
ti ha chiamato magnanimo a narrare
il suo santo Vangelo dell’amore;

eri pittore, Luca, per ritrarre
la bellezza infinita del creato
e il Creatore ti ha scelto per attrarre
al suo disegno l’uomo sfiduciato;

eri storico, Luca, delle azioni
della realtà di questo mondo inquieto
e Cristo tra i suoi primi testimoni
ti ha inviato a dare il proprio annuncio lieto;

eri già santo, Luca, in compagnia
degli Apostoli ardenti della Chiesa
con la beata Vergine Maria
di cui fosti il custode e la difesa,

e adesso ci sostieni nella fede
nel Signore Gesù, nel Padre buono,
nello Spirito Santo che procede
da lui per elargirci ogni suo dono.

 Casalecchio di Reno (Bologna), 18 ottobre 2018

A Bologna il giorno di san Luca è preso molto seriamente, perché attribuita a tale santo è la sacratissima icona della Beata vergine Maria con Bambino, attribuita proprio a Luca evangelista. Che Luca fosse pittore è tradizione molto antica, tant’è vero che oltre all’icona venerata nel Santuario appunto della Madonna di San Luca se ne conserva un’altra a Roma in Santa Maria Maggiore. Va da sé che per i bolognesi l’icona e la Basilica appartengono all’identità della città: quando ognuno di noi torna a casa da un viaggio, infatti, la prima cosa che cerca di lontano è la cupola della basilica, posta lassù a vegliare sul nostro cammino e sulle nostre case. In questo giorno è d’obbligo, secondo una inveterata tradizione popolare, mangiare le castagne, arrosto o lesse è indifferente (io preferisco quelle arrosto), e vi è pure un proverbio che si ripete di bocca in bocca: Al dé d San Lócca chi à di marón s i plócca, chi an n à brîa as plócca la camîa ("il giorno di San Luca chi ha delle castagne le lecca [le mangia], chi non ne ha si lecca la camicia"). Questo a dire l’attaccamento a san Luca (9-93), il santo Evangelista, che pur essendo nato pagano ad Antiochia di Siria e non avendo conosciuto direttamente Gesù, si converte al cristianesimo e accompagna san Paolo in diverse delle sue missioni e condivide con l’Apostolo delle genti la visione di una buona novella da predicare sino ai confini della Terra. Oltre a essere pittore, come già ho detto, Luca era anche medico e così viene ricordato da Paolo in alcune sue lettere. Ma ciò che più importa è che egli è stato Evangelista e ha redatto oltre al terzo Vangelo anche gli Atti degli Apostoli. E doveva essere anche molto colto, perché nei suoi scritti s’avverte una raffinatezza e un gusto che gli derivano certamente dalla sua buona formazione classica. Altra cosa che mi piace ricordare è che deve aver conosciuto a fondo la madre di Gesù, perché nei primi due capitoli del suo vangelo ricorda fatti così particolari e quasi privati che solo la diretta protagonista o persona molto vicina a lei poteva avergli raccontato. Oggi, quindi, per la Chiesa universale, per la Chiesa di Gesù è una festa veramente grandiosa.
  
Copyright testi(C) Federico Cinti 2018 
Immagine: San Luca - Santuario Madonna di San Luca - Bologna - da raccolta privata 

giovedì 4 ottobre 2018

A san Francesco d'Assisi Patrono d'Italia



Nel nome di Gesù che ti ha voluto
segno vivo di gioia e di speranza
per la Chiesa, Francesco, sei cresciuto
in piena povertà nell’abbondanza

dell’amore invincibile, assoluto
del Creatore che tutto sopravanza,
proprio come Gesù sei divenuto
sorgente d’acqua vivida, fragranza

di carità, serafico splendore
nell’annuncio sereno del Vangelo
a tutte le creature del Signore,

e chi segue l’esempio del tuo zelo
sente fiorirsi una dolcezza in cuore,
ineffabile anticipo del cielo.

Casalecchio di Reno (Bologna), 4 ottobre 2018


Francesco (1181-1226) di ogni cosa si è spogliato per poter ricevere interamente Gesù, si è fatto povero per poter abbracciare compiutamente la ricchezza del Salvatore. Eppure non era dissimile a tanti giovani della sua epoca, e forse anche della nostra epoca, desiderosi di beni che non colmano l’anima, assetati di un’acqua che non disseta, di un cibo che non sazia. La proposta del Vangelo gli è parsa l’unica da percorrere per ottenere la letizia, quella vera, quella che mai verrà tolta. E così ha cominciato la via della sua santificazione, divenendo un umile strumento nelle mani del Signore. Chi lo incontrava aveva l’impressione di essere di fronte a Gesù, perché Francesco si era svuotato di sé per riempirsi di Dio. Quella sua vita semplice, ma vera, era a tal punto piaciuta che molti altri seguirono il suo esempio e crearono una famiglia di fratelli e sorelle, i frati minori, che vivevano realmente e quotidianamente la parola evangelica, che amavano ogni creatura perché di Dio. Il Poverello d’Assisi predicò in tutta Italia e addirittura si recò dal Sultano per convertirlo alla vera fede. Ma il massimo dell’unione con Gesù lo ottenne alla Verna, quando ricevette le stimmate sul suo corpo. Tutto il mondo era suo fratello e ogni creatura sua sorella. Nel suo “Cantico delle creature” esprime la gioia, la bellezza, il desiderio di essere tutto e tutti nel Creatore. E chi ancora accoglie la sua eredità oggi si sente colmo di questa sua pienezza.
 

Copyright testi(C) Federico Cinti 2018
Immagine: S. Francesco d'Assisi che si venera nella Basilica di San Francesco (Bologna) - da raccolta privata