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domenica 13 giugno 2021

Alle fronde dei tigli

Sogno d’oblio. Per l’aria il giallo etereo

dei tigli, stordimento lungo il margine

della memoria. Un tuffo oltre le lucide

sponde del vento: pulsa nei ventricoli

 

un senso d’abbandono. Brevi brividi

dentro il lago del cuore. In quel naufragio

galleggia a morto la mia antica immagine,

diversamente ignota, inafferrabile.

 

Non so più riconoscermi. Ora diastole

e sistole impazzite si confondono

e si fondono, rapide, all’unisono.

Sorride appena adesso un’altra maschera.

 

Conoscersi è impossibile, impossibile

bagnarsi per due volte tra le argentee

acque in cui il cuore naviga. Oltre l’ultimo

orizzonte d’azzurro azzurra un’isola.

 

Lontano, là, l’ennesimo miraggio

della nostra partenza. L’ombra tenue

allo sguardo smarrito coglie all’anima

di quei fiori il profumo acre dei secoli.

 

Inizio e fine, nel ritorno ciclico

dei giorni, in cui si perdono, s’annullano

le certezze caduche dell’esistere,

s’incontrano di nuovo e si smarriscono.

 

Non sarò più chi fui. Non so più volgermi

indietro. Non esiste l’ombra vacua

lasciata chissà dove, ormai, dimentica

di sé, di me, dietro l’estrema linea.

 

Casalecchio di Reno (Bologna), 3 giugno 2021

 

Federico Cinti


 

© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

Immagine da  www.freeimages.com

 

domenica 10 maggio 2020

«Siamo tutti barboni, tutti quanti.»


Non c’è che dire, Stefano: la tua dimensione era la soglia. Molti nostri discorsi li ricordo proprio sul portone di casa, dopo che mi avevi riaccompagnato da qualche impegno più o meno importante. Perché, diciamolo, l’impegno in sé non t’interessava: per te contavano le persone. Io restavo con un piede dentro e l’altro fuori, mentre tu parlavi, chiedevi, raccontavi al di qua o al di là del cancellino, fumando la sigaretta. Mi fissavi, indagandomi con il tuo sorriso, mi parlavi con quella tua leggerissima profondità, cercavi in me le risposte che credo tu già possedessi, ma su cui volevi la mia opinione. Non era il possesso esclusivo di una verità, il tuo; era, piuttosto, il desiderio di condividere un’idea, di confrontarsi su un tuo pensiero. Gli altri spesso non lo capivano. E come potevano farlo? Tu eri più avanti di tutti, vedevi quello che gli altri non vedevano: eri un sognatore. Ci ho messo tanto anch’io a ad accorgermene. In questo forse ci assomigliamo: te lo dico col tuo umile orgoglio.
Anch’io adesso cammino sul limite, sul cordolo immaginario che separa il tutto dal nulla, il baratro dalla via maestra. Chissà, l’ho imparato con te: tu avevi la non comune capacità di radiografare il cuore, di cogliere con uno sguardo l’essenza di chi ti parlava. Dote rarissima, questa, certamente innata, figlia di una sensibilità particolare. Non sapevo mai se le cose le buttavi lì, tanto per dire, o seguivi un tuo disegno che io dovevo a poco a poco scoprire e seguire. Su quella linea, la tua, ci sono passato pure io con te. Ora ho imparato la lezione. Eri un eccezionale provocatore, questo te lo devo proprio riconoscere, e la cosa bella è che ne eri pure compiaciuto. Intendiamoci, un compiacimento bonario, come quello di chi fa un regalo e non vede l’ora che l’altro lo scarti e ne sia felice. La cosa buffa, a ripensarci ora, è che eri tu a dire a me di non essere ironico, di non pretendere dagli altri il completamento del ragionamento che io lasciavo sospeso, magari nel fare una battuta, perché non dovevo presupporre in chi mi parlava l’intelligenza o la velocità di pensiero. Eppure, Stefano, era il tuo stesso modo di procedere. Ci si era incontrati per via. Non posso più chiedertelo, ma forse parlavi anche a te stesso. In questo ci intendevamo a meraviglia. Così erano i nostri discorsi, sul marciapiede davanti casa, a volte a tardissima notte, quando io non vedevo l’ora di andarmene a letto e tu mi legavi con un barlume di luce o il lampo di un’intuizione.
Una volta mi dicesti soddisfatto che avevi conosciuto un barbone in una cantina e che ti aveva raccontato tutta la sua storia. Veniva dall’est, ma parlava la lingua di tutti. Ne eri affascinato. Ti piaceva il fatto che avesse attraversato non so quanti Paesi, dopo la caduta del muro, non so quante condizioni e mestieri, non so quanti amori felici o infelici. Tu lo avevi conosciuto in una cantina e ti eri fermato a parlare con lui, avevi percepito il suo bisogno di raccontare la sua umanità. Un’altra soglia, Stefano, quella della normalità: me la stavi indicando, come il dosso o la buca lungo la strada oppure gli scalini sotto i portici, chissà, forse perché io vi ci inciampassi e me ne accorgessi. Mi dicesti anche il suo nome, ma ora non lo ricordo: è passato troppo tempo e forse non diedi troppo peso a quelle tue parole. Già, lo so, volevi che scrivessi un testo teatrale su di lui e sulla sua condizione, perché «siamo tutti barboni», mi ripetevi, «tutti quanti». Me lo hai chiesto più volte e dovevamo metterci a tavolino per un abbozzo, magari davanti a un caffè e a un dolce. Tu andavi pazzo per i dolci.
Era l’epoca in cui stavamo leggendo Dante, Leonardo e io, alla biblioteca di Casalecchio. Il titolo che avevamo dato a quelle letture era, penso che tu lo ricorderai bene, «Due pazzi all’Inferno». Mi pare fosse il 2015. Tu c’eri, partecipavi sempre, non mancavi mai; anzi, mi spronavi a quegli eventi. Non facevi altro che chiedermi di mettermi in gioco, anche se sapevi che non ero pronto a farlo, magari in quel momento. Mi preparavi, mi allenavi al giorno della gara: sapevi che sarebbe venuto e che avrei dovuto fare tutto da solo. Quel giorno è arrivato: ora devo fare tutto da solo, come volevi tu. Eppure, ai barboni tenevi parecchio, già, «perché siamo tutti barboni, tutti quanti». Non ti ho mai chiesto se la cantina di cui mi avevi parlato fosse una bettola o uno scantinato vero e proprio. Non importava né a te né a me. Vi eravate trovati, vi eravate scambiati visioni del mondo convergenti su quel luogo di nessuno e quindi di tutti. Chissà, tu volevi salvarlo quel mondo cui correvi incontro sul margine, sul bordo. Su quella striscia impervia mi sentivo pure io. Nei versi di quello strano personaggio che mi recitasti e che ho ritrovato fortunosamente, rileggendo i messaggi che mi avevi inviato per l’occasione, riscopro il senso di quel tuo racconto:

«Le donne scorrono nel mio pianto,
    il sole è ombra alla loro luce,
    l'amore è buio nei loro cuori. 
Amore, se esisti, cercami
e raccogli ogni lacrima per tornare a vivere».

Sono versi di un uomo senza nome, senza volto, senza parole. Volevi dare voce a chi non l’aveva e non l’aveva perché gli era stata tolta. Anche Savigno per te era così, perché un luogo di confine, di diseredati, in cui lo spazio e il tempo s’annullano, dove tutto cade e accade per una forza che non è caso. Savigno era il tuo rifugio: lì tutto era cominciato e lì volevi restare. Lo capisco bene ora, ora che provo a guardare le cose con i tuoi occhi di visionario. Quella era la tua vita, quella era la tua casa, il tuo nido. Ogni tanto me lo ripetevi che «tutti siamo barboni, tutti quanti». Il giornale era pieno di queste storie da raccontare, di un’umanità da salvare da se stessa. Ti eri dato questa missione e cercavi qualcuno con cui condividerla. Io non so se ne sono capace. Qualche cosa intravvedo, ma avrei bisogno del tuo consiglio. So che mi diresti che il mondo non si è fermato il 22 aprile 2020: c’è ancora tanto da fare. Mi avresti dato le chiavi della tua macchina per andare, per andare da solo.
Copyright testi (C) Federico Cinti 2020 

sabato 25 aprile 2020

Lo sapevamo, Stefano


Lo sapevamo, Stefano:
il tempo non perdona. Un frullo, un battito
lieve d’ala. La pagina
si volta, imperscrutabile silenzio.

Lo sapevamo, Stefano,
ma fingevamo d’essere inscalfibili.
Tu lo eri. Io ancora claudico
più d’un equilibrista in solitudine.

Lo sapevamo, Stefano:
sul ciglio della via non c’è rimedio.
Attendevamo taciti
quell’attimo, incoscienti o inconsapevoli.

Lo sapevamo, Stefano,
ma questo vuoto, credimi, è incolmabile.
Frugo nella memoria,
ma manca un pezzo adesso al mio mosaico.

Lo sapevamo, Stefano,
che non andava bene. I sogni fragili
crollano. In quel tuo ridere
c’era il senso di tutto il nostro vivere.

Lo sapevamo, Stefano,
ma l’ho capito adesso, sulla soglia
che ci separa, linea
senza confine, muto, ultimo transito.

Lo sapevamo, Stefano:
il migliore eri tu. Nel nostro studio
s’era trovato un codice,
un segno tutto nostro per non perderci.

Lo sapevamo, Stefano:
non termina il dialogo, lo scambio
tra noi. Nel mio precario
andare non mi stacco dal tuo braccio.

Casalecchio di Reno (Bologna), 25 aprile 2020 
Non so, Stefano, quando ci siamo conosciuti. Ho l’impressione che ci siamo conosciuti da sempre. La Croce ci ha uniti senza saperlo. E poi il fatto che tu fossi nato proprio dove abito mi è sempre sembrato un segno. Ti conoscevo da sempre, anche se la differenza d’età un po’ mi frenava: tu eri grande per me. Ma l’amicizia non si misura da questo. Ci sono stati anche periodi in cui non ci si è visti per tanto tempo: io ero troppo distratto a inseguire i miei sogni. Poi è successo: ci siamo incrociati di nuovo, trovati come di ritorno da un lungo viaggio, ognuno il suo, ma in fondo uguale per entrambi. Ti ricordo quel giorno al bar, al Caffè Anna. Fumavi con Mauro. Dovrei dire Maurone, considerate le dimensioni. Chissà dove andavo. Venivo a ritrovarti. Parlammo un po’; anzi, un bel po’. Il tempo e la distanza si erano annullate: era come se ci fossimo salutati il giorno prima per rivederci lì. Questo è poi capitato mille altre volte, direi quasi ogni volta, quando per qualche motivo scomparivi o scomparivo io. Era il tempo in cui avevo cercato di dare il mio piccolo contributo al nostro Comune, a Casalecchio. Avevi cercato in ogni modo di mettermi in lista, nella lista in cui tu non eri voluto essere messo, perché ti avevano promesso qualcosa. Promessa vana, come sappiamo; ma la politica è così: tu la facevi per ideale, non per interesse. Anzi, non era nemmeno politica: per te era una missione. Prima delle elezioni presentammo il mio primo libro di poesie, lo Speculum salutis: ti piacque tanto e ne parlavi entusiasta. Ora me ne vergogno un po’, perché sono cambiato molto. Anche io ne ero in fondo soddisfatto. Iniziava così un nuovo viaggio, il nostro viaggio. Avevamo progetti per un’amministrazione migliore, semplicemente a misura del cittadino. Tu eri un visionario. Ecco, mi strideva il fatto di vedere con te che vedevi troppo. Ho sempre pensato che fossimo complementari e in effetti era così. Avevi capito che avevo bisogno di una guida: a te non sfuggiva nulla, perché sapevi leggere nell’animo umano. Mi guardavi, non mi dicevi nulla; facevi una pausa di silenzio, poi guardando avanti mi dicevi ciò che stavo pensando o provando. Era così, tutte le volte. Anche quando abbiamo fatto la campagna elettorale contro tutti, contro quel muro di gomma che si chiama ipocrisia o burocrazia. Io ero impaurito: sai, per me era tutto nuovo. Per te era la vita, la passione, la ragione che ti muoveva. Volevi essere utile e non sai quanto lo sei stato. A me in primis, ma io conto poco nel panorama generale. Con te non avevo paura di nulla, anche quando mi facevi fare ciò che non volevo. Ci stavo male. tu lo sapevi, ma quella era la mia medicina: me lo ripetevi sempre. Dovevo imparare, perché tutti ci siamo passati, tutti hanno avuto paura. Mi hai aiutato a superare tanti ostacoli, tante barriere, tanti muri. Ora ho quasi imparato, ma tu sei partito per un altro viaggio. Ogni tanto sparivi ed è giusto così: io non ho mai indagato tra le tue cose personali, intime. So che prima o poi me le avresti raccontate, se erano da raccontare. Tante cose le ho percepite e tu sapevi che avevo capito. Mi prendevi in giro, certo, ridevi anche, soprattutto quando avevi la certezza che io avessi compreso. Mi hai portato dappertutto. Quando sentivi il mio grido, dicevi, correvi qui: io scendevo fischiando dalle scale, tu eri sotto a fumare l’immancabile sigaretta o a parlare al telefono. Un saluto, quello di sempre. Poi mi dicevi dov’era la macchina e spesso non mi ci accompagnavi. Di solito però sì, questo sì, mi prendevi sotto braccio e mi raccontavi i tuoi progetti. Quanti progetti avevi, Stefano: non lo so dire. ne avevamo anche ultimamente. La scuola doveva cambiare per te e io assieme alla scuola: svecchiare, colmare i fossati, tirare dritto. Gli altri non capivano questo tuo atteggiamento. Io sì. E lo condivido. So che «avevamo studiato per l’aldilà / un fischio, un segno di riconoscimento». In fondo siamo uguali: per questo ci siamo trovati e voluti bene. Ora che sei partito per questo viaggio senza nemmeno salutarmi, credimi, non me ne faccio un cruccio: tu sei fatto così. Ma quel «segno di riconoscimento» io provo a modularlo, perché sono convinto che tu sei ancora qui. In questi giorni non ho fatto altro che parlare di te con gli amici: era un modo per esorcizzare la dipartita. Poi giungerà il tempo del silenzio, come facevi tu, prima di dire la verità sulle cose. Io l’ho imparato e il mio dialogo con te non è finito, non finirà mai. Tu sei sempre con me, Stefano. 
Copyright testi (C) Federico Cinti 2020

immagine da " il Resto del Carlino"