domenica 21 gennaio 2018

Ad Agnese Vergine e santa

Giovane santa, Vergine prudente,
testimone del nome del Signore
fino alla morte atroce, indifferente
alla tortura del persecutore

che ti voleva docile e obbediente
nell’estrema follia del proprio cuore,
Agnese, pura, semplice, silente
come agnello immolato per amore

di chi prima di te si era immolato
sulla croce per dare la salvezza
a chi andava smarrito nel peccato,

insegnaci la forza, la fermezza
della fede in chi tu sempre hai sperato
con la tua carità senza incertezza. 

Casalecchio di Reno (Bologna), 21 gennaio 2018


Una giovane martire romana, agnese, nel cui nome già era in nuce la purezza, come suggerisce l'etimologia (in greco 'aghios' significa 'santo'), oggi ci ricorda che ogni momento della nostra vita può essere offerto al Signore. Varie sono le notizie a riguardo di sant'Agnese, come il fatto che il figlio del prefetto di Roma, innamorato di lei, la desiderava, ma rifiutato, l'avrebbe fatta rinchiudere in un postribolo; oppure che fosse stata mandata al rogo e le fiamme non l'avrebbero lambita. Insomma, la devozione popolare a volte arricchisce le doti dei modelli che la Chiesa ci propone alla nostra edificazione. Pare che il suo martirio sia avvenuto tagliandole la gola senza che lei non dicesse una parola, proprio come l'agnello sacrificale offre il suo silenzio a chi l'uccide. Insomma, Agnese ci pone davanti alla responsabilità della testimonianza della fede, della speranza e della carità.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: Johann Schraudolph, Sant'Agnese Vergine e martire (1842)

Nella terza domenica del tempo ordinario. La chiamata dei primi Apostoli.

Il regno di Dio è qui, tutto è compiuto!
Credete: è l’ora della conversione
vera del cuore, in cui Gesù è venuto
a rivelare all’uomo la missione

per cui è nato, che egli ha ricevuto
dal Padre, è l’ora della vocazione
di chi ha risposto sì, di chi ha creduto
con fiducia alla sua rivelazione,

mentre ormai il tempo è diventato breve
nell’urgenza del vivere con zelo
quanto si dona, quanto si riceve,

sempre con gli occhi volti verso il cielo,
perché il giogo di Cristo è dolce, lieve,
alla lieta sequela del Vangelo.

Casalecchio di Reno (Bologna), 21 gennaio 2018


Mi ha sempre meravigliato l'espressione di Paolo, secondo cui «il tempo si è fatto breve» (1 Cor 7, 29), per l'urgenza che suggerisce: è come se proponesse un programma di vita. Tutto quel che distrae dalla vera conversione del cuore, che spinge a desiderare solo di essere come Gesù, deve essere messo da parte, e non perché sia necessariamente cattivo, ma perché rischia di rallentare il raggiungimento dell'obiettivo, che altro non è se non vivere sin d'ora il regno di Dio, che si è compiuto proprio in Gesù. Non a caso all'inizio del Vangelo di Marco si legge la chiamata dei primi discepoli, di Andrea e Pietro, di Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, perché da tale chiamata comincia la sequela di Cristo. Seguire Gesù è non perdere tempo, mettersi al servizio di un bene più grande, che è poi il bene comune, nella consapevolezza che il giogo del Signore è leggero da portare (Mt 11, 30), perché non siamo da soli, ma siamo sorretti nella fatica quotidiana da chi ci ha chiamato a essere pienamente uomini e donne. È questo che più di tutto rende il regno di Dio già compiuto adesso, in terra, mentre appunto «il tempo si è fatto breve».

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: Marco Nasaiti, Vocazione dei figli di Zebedeo (1510), olio su tavola, Cathopedia, http://it.cathopedia.org/wiki/Vocazione_dei_figli_di_Zebedeo_(Marco_Basaiti)


sabato 20 gennaio 2018

L'arte della fuga

Ascolto nel silenzio l’assoluto
in fuga sulla via dell’infinito
ripetersi e una volta ripetuto
ripartire da dove era partito,

ascolto assorto dentro il buio muto
elevarsi lo spirito rapito
al più lontano vertice, perduto
per un attimo e subito smarrito

di nuovo dove mai, non è mai giunto
o dove la vertigine apre porte
inaccesse tra il punto e il contrappunto

dell’essere, dall’uomo avuto in sorte
all’origine, su, nel cielo assunto,
oltre l’ultima linea della morte.

Casalecchio di Reno (Bologna), 14 novembre 2017


Mi capita, e non di rado, di essere come rapito dal genio di J.S. Bach, in particolare dalla fuga, da quel ripetersi quasi ossessivo di un tema che si rincorre ciclicamente. Non so spiegare, ma è come una sorta di ascesa, di scala che, a poco a poco, mi eleva a una rarefazione difficilmente spiegabile, ma che mi lascia sospeso, fuori di me. Questa stessa sensazione l'ho provata, non molto tempo fa, ripassando una sera mentalmente l'ultimo canto del "Paradiso" dantesco: stranissimo, davvero, mi pareva il dolce naufragio nel mare dell'infinito leopardiano, che altro non era se non "lo gran mar de l'essere" di cui parla sempre dante in Par. I 113. Ecco, allora, posso dire che la fuga si ripete a ondate, "alterne eterne" (G. Pascoli, "Nella nebbia", 14), fino a che non ci si rivela davanti l'immensità del nostro essere, fatto per abbracciare l'universo e il suo Creatore.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: The face of Bach, Elias Gottlob Haussmann, Version of 1748

venerdì 19 gennaio 2018

Trascorso il compleanno

Quindi, espletati i compiti di rito
dei saluti cordiali, dell’appello,
dell’ultimo in ritardo all’infinito
che ha evitato il controllo del bidello,

dopo avere iniziato la lezione
come sono capace, con l’afflato
che mi dà la poesia, con l’emozione
che la letteratura mi ha insegnato,

con un paio di torte i miei studenti
mi hanno comunicato il loro affetto
festeggiando con me questi momenti
del nostro umano vivere imperfetto,

e abbiamo condiviso qualche istante
di quel che siamo, un gesto, una parola,
un po’ di noi, così, seduta stante,
come si può, perché anche questo è scuola. 

Casalecchio di Reno (Bologna), 19 gennaio 2018


Il giorno del mio compleanno avevo festeggiato alla grande al bar e anche con gli amici, ma quello che più di altre cose mi ha stupito e commosso è stato l'affetto degli studenti, il giorno dopo, il 17 gennaio. Già, perché in una classe i miei studenti hanno voluto condividere con me un pezzo di torta che mi avevano portato in regalo, con tanto di candeline da spegnere, come nella più genuina tradizione (meno male che non mi hanno tirato le orecchie, perché non so se io lo avrei sopportato di buon grado). Non ho saputo, né potuto, dire di no, perché credo intimamente che anche questo sia scuola, condivisione di quel che sono. Oh, si è poi preso solo un piccolissimo momento alla didattica... che poi anche questa è didattica, perché la convivialità e la condivisione sono elementi della didattica, anche se fatta all'intervallo come quel giorno. In questo i miei studenti hanno dimostrato di avere interiorizzato la vera lezione che provo a tenere ogni giorno. E lo stupore non è finito, perché nell'altra classe sono stato accolto da un caloroso applauso e uno studente mi ha addirittura dedicato un biglietto in rima... insomma, posso dire di avere ricevuto un bellissimo regalo anche da questi miei compagni di vita, da coloro con cui condivido un pezzo di strada. Ecco, non posso che ringraziarli di cuore per questo. Ma che lo scrivo a fare? Credo che sia ovvio...

Copyright foto e testi (C) Federico Cinti 2018

mercoledì 17 gennaio 2018

A Sant'Antonio Abate

Dopo aver rifiutato ogni più ambita
ricchezza, ogni lusinga, ogni illusione,
percorrendo la via che Gesù addita
a tutti per la propria perfezione,

nel deserto interiore della vita
hai sconfitto ogni umana tentazione,
come sapiente monaco eremita
raccolto senza posa in orazione,

Antonio abate, santo che sostiene
chi nel corpo e nell’anima è piagato
da mali, dubbi, idee di falso bene:

aiuta chi si trova oggi in peccato,
perché sia messo Satana in catene,
se qualcuno con te a Dio si è affidato. 

Casalecchio di Reno (Bologna), 17 gennaio 2018



Sant'Antonio abate (251-356 d.C.) è il santo dell'Egitto che, di solito, viene raffigurato come un monaco molto anziano, e in effetti è proprio vero, se si considera che è morto a 105 anni. Io lo ricordo sempre rafigurato come un vecchio dalla barba bianca, con un bastone e in compagnia d'un maiale: nella mia fantasia, soprattutto in quella di bambino, tale immagine rafforzava la convinzione che davvero, secondo il detto bolognese, egli si fosse innamorato d'un maiale, a dire in fondo che, quando si è innamorati, non si guarda in faccia a nulla. Poi, è ovvio, si cresce e si capisce che in quell'animale sta l'amore anche per bestie ritenute immonde in determinate epoche. Sì, gli animali, tanto che nel suo giorno da un certo momento in poi si è presa l'abitudine di benedirli in nome suo. Così è diventato un santo delle campagne, molto amato, molto venerato. La mia mamma ricorda sempre che al sud, in particolare a Brindisi dove è nata, si aveva l'abitudine di accendere fuochi con fascine ai crocicchi delle strade e di far festa con le maschere, secondo il detto - spero di scriverlo bene - "sant'antueni maschere e sueni", perché oltretutto si cantava vestiti da carnevale. Ecco, il fuoco è un altro dei simboli con cui è rappresentato. Quando ho avuto l'herpes zoster, qualche anno fa, molti lo chiamavano "fuoco di sant'Antonio". Non voglio dilungarmi poi più di tanto, ma ricorderò che è il santo che viene ricordato dal martirologio il giorno dopo il mio compleanno.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: santino di Sant'Antonio Abate


martedì 16 gennaio 2018

Auguri a me medesimo!

In questo giorno un po’ particolare
di metà mese, di metà gennaio,
mi corre sempre l’obbligo di fare
gli auguri a chi di certo non ha il paio

in bravura, in ingegno singolare,
a chi ha l’animo forte come acciaio
se deve, e a volte capita, affrontare
qualche disavventura, qualche guaio,

al più bello di tutti, qui alla Croce,
se non si vuole dire al più bel fico
in un quartiere che si è fatto atroce,

oggi che è il compleanno, oggi che dico,
mentre il tempo è già corso via veloce,
che il migliore di tutti è Federico! 

Casalecchio di Reno (Bologna), 16 gennaio 2018


È ormai da qualche anno che ho preso l’abitudine di scrivermi gli auguri da solo, consapevole che quello che io faccio agli altri, in fondo, gli altri non lo sanno fare (o non lo vogliono fare). Già, perché soprattutto per i miei studenti, di solito, anche se non è una regola, scrivo il bigliettino d’auguri. Mi pare un gesto gentile, una cortesia che si muove alle persone che si stimano. Ne ho collezionati parecchi, ma cerco sempre di personalizzarli, anche perché ognuno di noi è diverso dagli altri. 

In mattinata, come spesso mi capita, anche perché mi piace parecchio, sono andato al bar, in particolare al Bar Giorgio della Croce. Li mi aspettavano festeggiamenti davvero inaspettati: la Vivi e la Gianna mi avevano portato un vassoio di venti croissant a tutti i gusti, crema, cioccolata, marmellata. Sì, mi aspettavo qualcosina, ma non così. La mamma si è pure commossa. Poi, mi hanno regalato una bottiglia di champagne e un profumo. Insomma, una sorpresa da restare a bocca aperta (io almeno sono rimasto così). Ho poi avuto altri regali, come una sciarpa e un tiramisù. Oh, davvero per tutti i gusti! 

Non ero a scuola, perché oggi è il giorno libero, ma gli studenti mi hanno lo stesso omaggiato dei loro auguri. Uno, Luca, mi ha mandato addirittura un video in cui, assieme ai suoi compagni di classe, mi manifestavano il loro affetto e il loro rispetto. Domani bisognerà che io ricambi in qualche modo. 

Non ho poi ancora finito di rispondere ai messaggi, alle telefonate, ai bigliettini… è diventato impegnativo pure compiere gli anni! Eppure, è così bello sentirsi circondati dall’affetto di chi ti vuole bene.

Copyright foto e testi (C) Federico Cinti 2018

lunedì 15 gennaio 2018

Poi ti senti così

Poi ti senti così, semplicemente
diverso, non più tu, come svegliato
da un sogno, un lungo sogno evanescente
nella memoria incredula, cambiato

senza saperlo, un attimo, anzi un niente
rispetto a prima, a quanto è capitato,
uno straniero in mezzo ad altra gente
cui passi in mezzo nell'anonimato,

senza più storia, quasi senza volto,
in un silenzio attonito, contorto
nelle vicende altrui, ora in ascolto

steso sull'acqua galleggiando a morto,
senza peccato, libero, già assolto,
alla ricerca di un felice porto. 

Casalecchio di Reno (Bologna), 19 ottobre 2016


Non so, ma mi rivedo al Margherita, solo e pensoso, immerso nei pensieri di un essere che, in fondo, è un essere già stato. Credo che le foto (e oggi anche i video) ci diano l'illusione di poterci vedere dall'esterno, in quello specchio immoto che è la fantasia. Eppure, nel momento in cui possiamo guardarci dall'esterno, ho come l'impressione che non siamo più noi, ma quasi la foglia che si è staccata dall'albero, come in autunno, quasi un pezzo di noi che se ne è andato. La foto è rigida, come il freddo del non essere. 

Anche il video è così, in movimento, ma un movimento destinato a finire in fretta, troppo in fretta, in un segmento di tempo che non ci rappresenta più. Ecco, forse ci possiamo solo immaginare da fuori, non più da dentro; ci possiamo volgere indietro per dire quello che non siamo più e che ancora non saremo. 

Per questo, a volte, mi sembro semplicemente un altro, passo in mezzo alla folla, un po' come Gesù a Cafarnao dopo essersi rivelato in un giorno di sabato finita la lettura del profeta Isaia, senza che nessuno mi conosca e mi riconosca, nemmeno io. Questo è lasciarsi vivere, fluire addosso il tempo; appena, però, ci si ferma a riflettere, come in uno specchio appunto, ecco non siamo più noi, ecco ci si vede dall'esterno. 

Non so, Pirandello diceva: "chi vive, quando vive, non si vede". E in quest'epoca dell'immagine, in cui tutto è ridotto a icona, pure il nostro divenire, se ancora diveniamo qualche cosa, siamo in grado di fare il percorso opposto e liberarci del fiume di Narciso che ci innamora e ci uccide inghiottendoci? Oppure, tutto è molto più semplice: ci vogliamo vedere come gli altri ci vedono. Niente di più, niente filosofia, niente voli pindarici, solo un po' di desiderio di lasciare di noi qualche vestigio.

Copyright foto e testi (C) Federico Cinti 2018