lunedì 14 maggio 2018

Mattia, tu con che decisione

14 maggio – San Mattia Apostolo
San Mattia, apostolo, all’Ufficio delle letture


MATTIA, TU CON CHE DECISIONE

Mattia, tu con che decisione
mirabile fosti associato
al sacro collegio apostolico
da Dio per eterno volere!


Se n’era il discepolo andato
lontano impiccandosi mesto,
così rifiutando quel ruolo
glorioso e l’amore di Cristo.


Ed ecco l’amore di Cristo
in te la sua gloria riversa,
muovendo lo Spirito Santo
le labbra di Pietro e la sorte.


Assunto a quel compito grande
riveli la luce alle genti
e fino alla morte confessi
Gesù strenuamente col sangue.


Concedici, Apostolo santo,
che noi, lieti e pronti nel cuore,
seguiamo ogni via che ci mostra
lo spirito Santo nel mondo.


Al Dio trino e uno sia gloria,
che a noi per te dia di salire
al cielo e intonare per sempre
con te gli inni eterni di gioia.
Amen.



MATTHÍA, SACRATÍSSIMO

Autore: di nuova composizione
Metro: dimetro giambico. ˘ˉ˘ˉ|˘ˉ˘ˉ


Matthía, sacratíssimo
Apostolórum coetui
quam miro tu consílio
ascríptus es divínitus!


Abscésserat discípulus,
tristi miser suspéndio
magni gradum fastígii
Christíque amórem dénegans.


En Christi te diléctio
ad eius transfert glóriam,
Petri movénte lábia
sortésque Sancto Spíritu.


Tanto dicátus múneri,
lucem revélas géntibus
ad mortem usque, strénuus
Iesum conféssus sánguine.


Da nos, beáte Apóstole,
laetis promptísque córdibus
almus quascúmque Spíritus
vias demónstrat, pérsequi.


Sit Trinitáti glória,
quae nobis ad caeléstia
per te concédat scándere
hymnósque aetérnos dícere.
Amen.




Lo Spirito Santo aveva ispirato al collegio apostolico di colmare il posto che Giuda Iscariota, suicidandosi per il rimorso di aver tradito il Maestro e l'Amico, aveva lasciato vacante. Viene estratto per divino volere il nome di Mattia proprio dopo l'ascensione: Pietro aveva proposto all'assemblea dei centoventi fratelli di scegliere uno di loro perché prendesse il posto di Giuda e dei due indicati viene scelto Mattia. Queste notizie sono certe, perché risalgono agli "Atti degli Apostoli", ma tutto quel che si sa di lui dopo quest'evento risulta poi più vago. La sua missione si esplica prima in Giudea e poi fino in Etiopia, dove pare che sia stato crocifisso proprio come il signore. Ecco, ho tradotto l'inno dell'ufficio delle letture che ripercorre la sua vicenda fino all'effusione del sangue, fino alla testimonianza più alta, quella della vita, che altro non è se non il martirio. Mi è quindi piaciuto riproporre la figura di questo santo Apostolo attraverso quest'inno di nuova composizione, eppure di grande suggestione a livello spirituale. Anche in questo caso, ho usato il novenario, metro che mi pare molto adatto alla grandezza del santo di cui tratta.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: San Mattia, bottega di Simone Martini, 1317-1319, Wikipedia

Una rosa di maggio

E infine ti ho trovata
per sbaglio, già fiorita,
fragile, delicata,
soavissima, squisita,


come dimenticata
tra l’erba rinverdita,
bellezza ora sbocciata,
rosa della mia vita,


senso di questo giorno
che corre senza posa,
corre senza ritorno


per l’aria luminosa
tra queste case intorno,
dolcissima mia rosa.


Casalecchio di Reno (Bologna), 14 maggio 2018



Mentre la mamma e io tornavamo un po' mesti da un funerale, in questo giorno così strano per i mutamenti di stagione, come si dice a Bologna, mi ha detto che c'era una rosa bellissima nel piccolo giardino chiuso di Valeria, una nostra cara amica. E allora mi ha portato per lo stretto passaggio, finché non siamo entrati e abbiamo (cosa che poi ha fatto lei) fotografato la rosa, quella bellissima rosa dai colori screziati, quella rosa profumata e soavissima. Per me è stata una vera e propria scoperta, come trovare un tesoro nascosto proprio quando meno me l'aspettavo. E molte delle cose che mi sono capitate ultimamente, a ripensarci bene, sono successe proprio così, quasi senza volerlo, quasi per sbaglio. Già, perché s'insegue tutta la vita un sogno, un desiderio, un ideale, e proprio quando si smette di cercarlo, come per incanto, s'avvera. Sì, tutto è metafora di tutto. Ogni tanto le cose ce lo ricordano: oggi per me è stata la bellissima rosa che ho cercato d'immortalare in una foto un po' improvvisata (credo che si veda anche la mano della mamma, che me l'aveva messa in posizione). E ancora, nel mio cuore, risuona una voce di tanti (troppi) anni fa: «rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa» etc.

Copyright testi e foto (C) Federico Cinti 2018

domenica 13 maggio 2018

Nella VII domenica di Pasqua. Ascensione del Signore

Soli non siamo mai: il Signore ascende
alla destra del Padre, dove siede
nella gloria, ma sempre ci difende,
ci sostiene benevolo, provvede


a noi con rettitudine, ci attende
se per caso vacilla in noi la fede
del cuore, ci indirizza, in noi riaccende
l’amore per il prossimo se vede


che in noi la carità s’è un po’ svilita,
ci manda a predicare a ogni creatura
il suo santo Vangelo, la sua vita,


l’eterna verità, ci rassicura
che in lui c’è gioia autentica, infinita,
e non dobbiamo avere più paura.


Casalecchio di Reno (Bologna), 13 maggio 2018



Il Signore, come durante i quaranta giorni precedenti, appare agli Undici: ormai non hanno più dubbio alcuno che sia lui, perché i segni compiuti dal risorto sono stati talmente convincenti che la paura si è trasformata in gioia certa. Gesù è la primizia di coloro che si rivestono di un corpo nuovo, di un corpo mistico, del vero corpo dell'uomo, che già Gesù aveva mostrato a Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte Tabor trasfigurandosi davanti a loro. Gesù è quello che tutti noi saremo, dopo il transito di questa vita, dopo le gioie e i travagli della nostra umana esistenza, che egli stesso ha provato sulla sua carne, perché la sua era vera carne, come la nostra. Ecco, in quell'apparizione a Betania il Risorto comanda ai suoi discepoli di evangelizzare ogni creatura fino ai confini della Terra, fino all'ultimo uomo che esista. La chiesa diventa missionaria: non sussiste più differenza tra uomo o donna, tra popolo eletto e gentili, perché il signore è risorto per tutti e dà segni continui della sua presenza, perché sedere alla destra del Padre non significa che egli non sia ogni istante con noi, ma che ogni istante può intercedere per noi presso il Padre, di cui è consustanziale. L'Ascensione segna l'inizio di un modo nuovo di considerare i cieli, quelle profondità abitate solo da Dio, secondo la preghiera insegnataci proprio dal Figlio, «Padre nostro, che sei nei cieli», perché ora anche il figlio è di nuovo asceso a quei cieli ed è tornato ad abitarli col Padre e lo Spirito consolatore. Insomma, quella di oggi è una festa grande. Sì, è vero, una volta si festeggiava giustamente il quarantesimo giorno, il giovedì precedente alla VII domenica di Pasqua; ma noi non festeggiamo l'anniversario, bensì la ricorrenza grandiosa di quell'evento. E c'è davvero da gioire per questo.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: Pietro Perugino, Ascensione di Cristo, 1496-1500, Wikipedia

Gesù, che sei la nostra redenzione

Vespri –
Ai Primi e ai Secondi Vespri della Solennità dell’Ascensione del Signore


GESÙ, CHE SEI LA NOSTRA REDENZIONE,

Gesù, che sei la nostra redenzione,
il nostro amore e il nostro desiderio,
Dio, Creatore di tutto l’universo,
fattosi uomo al compiersi dei tempi,


quale pietà ti ha spinto a caricarti
tutti i nostri peccati sulle spalle,
a patire una morte tanto atroce
così da liberarci dalla morte,


ad aprire le porte dell’inferno,
a riscattare i tuoi là prigionieri,
e a sedere di nuovo trionfando
alla destra del Padre vittorioso?


Quella stessa pietà ora ti spinga
a perdonare tutti i nostri mali
benevolo e a saziarci col tuo volto
esaudendoci quando ti preghiamo.


Sii tu la nostra gioia più sincera,
tu che sei il premio della vita eterna;
sia in te l’unica e sola nostra gloria
nei secoli dei secoli per sempre.
Amen.


IESU, NOSTRA REDÉMPTIO

Autore: anonimo del VII-VIII secolo
Metro: dimetro giambico. ˘ˉ˘ˉ|˘ˉ˘ˉ


Iesu, nostra redémptio
amor et desidérium,
Deus creátor ómnium,
homo in fine témporum,


Quae te vicit cleméntia,
ut ferres nostra crímina,
crudélem mortem pátiens,
ut nos a morte tólleres;


Inférni claustra pénetrans,
tuos captívos rédimens;
victor triúmpho nóbili
ad dextram Patris résidens?


Ipsa te cogat píetas,
ut mala nostra súperes
parcéndo, et voti cómpotes
nos tuo vultu sáties.


Tu esto nostrum gáudium,
qui es futúrus praemium;
sit nostra in te glória
per cuncta semper saecula.
Amen.



Come Gesù aveva preso la nostra carne, diventando uomo, alla pienezza dei tempi, pur essendo il Dio che aveva creato tutto l'universo, dopo avere patito una morte atroce che l'aveva portato a spalancare le porte degli inferi liberando i giusti dalle catene delle tenebre per poi riapparire ai suoi discepoli a Gerusalemme e in Galilea, così ha voluto essere la primizia di coloro che si sono rivestiti di un corpo nuovo, di un corpo mistico, che è il corpo vero, per ascendere al cielo e sedere alla destra del Padre. Ecco, questo si festeggia nella solennità di oggi, questo canta l'inno dei primi e dei secondi vespri di questa festa grandiosa, che è l'ascensione, in cui la chiesa comincia per comando proprio del signore la sua missione di evangelizzare tutti i popoli sino ai confini della Terra. E l'inno che ho provato a tradurre esprime in modo mirabile questa realtà. Per non perdere nulla o per perdere il meno possibile di quel canto stupendo, questa volta, ho usato un verso solenne e grandioso, l'endecasillabo, che abbraccia compiutamente il mistero del signore che, dalla destra del Padre, ci accompagna ogni momento della nostra vita, dandoci la certezza che il Cielo in cui è salito è già questa realtà che viviamo e godiamo.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: Jesus Christ, Siddhart Gomez, https://www.freeimages.com/

giovedì 10 maggio 2018

Torna la primavera

Poi senti nell’anima inquieta
un’eco sul punto che muore,
sospiro di voce segreta
tra i battiti alterni del cuore,


avverti per l’aria irrequieta
vibrare un sottile stupore
all’ansia ora fattasi lieta
dolcezza, soave colore


che scivola in mille cascate
da crepe improvvise di un cielo
incerto da troppe giornate


di pioggia, di tetro sfacelo,
d’inverno, di fredde ventate,
se il sole ti squarcia quel velo.


Casalecchio di Reno (Bologna), 10 maggio 2018



In questa primavera così strana, così atipica, sempre ammesso poi che si possa trarre una regola dalle condizioni atmosferiche, che in questi ultimi anni non sono più prevedibili a lungo termine, anche un raggio di sole, anche una parvenza di chiarore al di là delle nuvole genera nel cuore una speranza, come un sospiro che si dà di sollievo dopo aver scampato l'acquazzone. Sì, è vero, maggio è di solito piovoso e alterna momenti di quasi estate a giorni cupi di fine inverno, ma mai come quest'anno, almeno per quel che io mi ricordi. Mi viene da dire che, poi, è così in ogni situazione: quando si vivono periodi, più o meno lunghi, di difficoltà, nel momento in cui passano, tutto sembra più bello; anzi, tutto è veramente più bello e acquista un senso, il senso vero delle cose buone. Ecco, il clima esterno assomiglia, molte volte, a quello interno (meglio avrei detto interiore, forse, ma poi non veniva il gioco di parole). C'è sempre speranza, quindi, che tutto volga per il meglio, soprattutto se abbiamo uno sguardo positivo su noi stessi e su quel che ci circonda e che possiamo determinare. Ed è bello anche pensare, come ho sentito questa mattina al mercato, mentre ero alla spesa, che per forza è così, perché a Bologna è scesa la Madonna di San Luca: non appena tornerà sul Colle della Guardia, infatti, il tempo s'aggiusterà e la stagione sarà bella. anche questa è una bella attestazione di fede e di affidamento a chi certo guida i nostri passi.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: God rays, Aaron Price, https://www.freeimages.com/

mercoledì 9 maggio 2018

Al Rosario

Eppure ti ho sentita,
voce, distintamente,
voce della mia vita,
nel cuore, nella mente,

come eco percepita
in me, spesso silente,
tra i grani che le dita
scorrevano, ma lente,

devote, appena appena,
su tutta la corona,
piena, sì, lo so, piena

d’una dolcezza buona,
come di cantilena
che sempre in me risuona.

Casalecchio di Reno (Bologna), 9 maggio 2018




Una sensazione strana, come di benessere mista a commozione, ho avvertito oggi, mentre ero in cattedrale a Bologna, dove resterà esposta fino all'ascensione, davanti alla venerata immagine della Beata Vergine di San Luca, mentre si recitava assieme ai taxisti il Rosario, cui mi aveva invitato il carissimo amico Faemo, taxista ovviamente anch'egli; una sensazione strana, dicevo, perché ho sentito distintamente di appartenere, proprio in quel momento a qualche cosa di grande, anzi di superiore. Era come una voce conosciuta, una voce che mi chiamava e mi richiamava. E intanto i grani della corona scivolavano lentamente e devotamente tra le mie dita, come tra le dita degli altri, e le preghiere riempivano del loro soavissimo fervore tutto il tempio del Signore, aperto sulla via principale del centro, su via Indipendenza, su cui s'apriva il portale. Era avere la certezza di appartenere a una storia, a quella storia voluta non dagli uomini, ma diretta dalla mano invisibile di chi ci ha creati e ci ha redenti. Insomma, ho avvertito in me la voce della salvezza.

Copyright (C) Federico Cinti
Immagine: Rosario di legno, César Diaz, https://www.freeimages.com/



martedì 8 maggio 2018

Sul marciapiede

E avverto la vertigine del cuore
fragile lungo il cordolo gettato
a limitare il corso della via,


lungo il limite dove lo stupore
sconfina nell'eterno immaginato
dal desiderio della fantasia,


finché non è possibile trovare
quasi per caso il punto in cui passare.


Casalecchio di Reno (Bologna), 8 maggio 2018



Ma no, non è paura di cadere, di scivolare da quella piccola linea di demarcazione che è il cordolo del marciapiede, anche se a volte - lo devo confessare - ho pure rischiato che capitasse. Il fatto è che tutto sta in quel segno, in quel confine, che ci separa... sì, ci tiene al di qua (o al di là?) di qualche cosa. Mi pare proprio che sia la condizione umana a essere così continuamente in bilico, quasi tra l'essere e il non essere, tra il qua e il non si sa dove. Ogni giorno m'imbatto in segnali di questo genere, come se qualcosa richiamasse alla mia mente il famoso «non plus ultra», che il buon dante traduce «a ciò che l'uom più oltre non si metta». Nell'uomo l'ansia dell'infinito è consustanziale alla propria natura di creatura e il bello è che l'infinito c'è, esiste, è a portata di mano. Certo, il «non plus ultra» si riferisce al modo di raggiungerlo. Insomma, immerso in questi pensieri, oggi pomeriggio, ho cominciato a camminare in bilico sul marciapiede sotto casa mia, quasi fossi un funambolo improvvisato, un acrobata sul filo del desiderio più grande. Poi qualcuno mi ha salvato, o almeno credo.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: Funambolo, Kristin Smith, https://it.freeimages.com/