domenica 12 aprile 2020

Nella Pasqua di risurrezione del Signore - Anno A - ( Letture: At 10, 34a. 37-43; Sal 117; Col 3, 1-4; Mt 28,1-10 )


Maria di Magdala e l’altra Maria
vanno al sepolcro. A un tratto un terremoto.
Le guardie tramortiscono. La via
d’accesso è libera: un ignoto

giovane sposta il sasso. Dove sia
Gesù non lo si sa: il sepolcro è vuoto.
Timore e gioia: in Dio la profezia
s’è avverata. Ora al cuore tutto è noto.

Gesù non è più lì: precede i suoi
in Galilea. Esse vanno. Non è morto
il Signore. S’affrettano, ma poi

incontrano Gesù. Le guarda assorto,
dice loro così: «Salute a voi!».
Esse, ai suoi piedi, adorano il Risorto.

Casalecchio di Reno (Bologna), 12 aprile 2020 
Alla luce dell’alba le donne sorgono per andare al sepolcro. Un’inquietudine le stringe: vogliono andare dal Signore ed è la luce che le guida. Non hanno ancora ben chiaro che cosa le attenda, ma devono andare, perché il loro cuore cerca Dio, come il cervo l’acqua viva. E Gesù è quell’acqua viva. La luce e l’acqua, i simboli della vita che non termina nel chiuso d’una roccia scavata e sigillata da un masso sono i segni della rinascita, che è nascita a vita nuova. La terra trema di sgomento: il loro Creatore ha vinto la morte in un prodigioso duello. Cristo si è fatto nulla per diventare tutto in una realtà trasfigurata, come quel giorno sul monte assieme a Pietro, Giacomo e Giovanni. Le guardie alla tomba per lo spavento tramortiscono e svengono. Le donne vedono tutto e sono piene di attesa: un desiderio le anima. Un angelo sfolgorante mostra loro le bende e il sudario nella tomba vuota. Ma Gesù non c’è, non può essere lì: è il Signore della vita, della vera vita. Per questo è venuto per togliere le tenebre dal sepolcro del nostro cuore, per inondarci di luce e di calore, per dissetarci con l’acqua viva che placa ogni desiderio. L’annuncio è all’apparenza semplice: Maria Maddalena e l’altra Maria devono tornare dagli Apostoli a riferire che il Risorto, il Dio dei vivi, li precede in Galilea, perché egli è la via che supera ogni confine e giunge agli estremi della terra. Nessun luogo deve restare privo della sua luce, della sua acqua, della sua parola. Il sentimento delle donne è un misto di timore e di gioia. Egli era davvero il Figlio di Dio: le parole del centurione sotto la croce riecheggiano nell’aria e sono la prova più evidente dell’esperienza che esse avevano fatto per tre anni con lui. E infine Gesù appare loro per via. Sulla nostra via non c’è giorno in cui Gesù non ci appaia, se siamo disposti a correre per dare l’annuncio ai fratelli che egli è il Risorto. Si prostrano ai suoi piedi, perché egli è Dio, e lo adorano. Timor di Dio e gioia d’averlo ritrovato per sempre: così s’adempie ogni promessa di felicità nel mondo e per l’eternità. Gesù le saluta e dona loro la salvezza. Il loro compito d’ora in poi è di essere portatrici della buona novella che è trionfo, vittoria definitiva sulla morte. Questo significa evangelo: Gesù ha vinto, Gesù trionfa, Gesù è la Vita che schiaccia la testa col calcagno alla morte. E questa è la nostra Pasqua anche oggi, il passaggio da quella invisibile soglia dal buio alla luce, come Mosè aveva passato il Mar Rosso seguendo la colonna di fuoco. Siamo persone nuove: Gesù non ci lascia soli mai, anche quando le tenebre sembrano non passare mai. Occorre affidarsi a lui totalmente, come ha fatto Maria, sua Madre e Madre nostra, Corredentrice assieme al Figlio, luce del mondo. 
Copyright testi (C) Federico Cinti 2020
Immagine tratta dal web

domenica 5 aprile 2020

Nella Domenica delle Palme e della Passione del Signore - Anno A - ( Letture: Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66)


Gesù si dona ai suoi: l’Eucarestia
è il sacrificio eterno del Signore.
Cantato l’inno, seguono il Messia
sul Monte degli ulivi. Tra il furore

della folla lo arrestano. S’avvia
un iniquo processo. Uno stupore
dissennato davanti all’agonia
dell’Agnello di Dio. Non trema il cuore.

Pilato lo condanna. Senza appello
si manda a morte il Giusto: è la feroce
legge dell’uomo che odia suo fratello.

Ora il Re dei Giudei, sotto l’atroce
scherno di chi gioisce al suo fardello
d’angoscia, resta stretto alla sua croce.

Casalecchio di Reno (Bologna), 5 aprile 2020 
Nel racconto della Passione è racchiusa la nostra vita e il senso della storia. La vicenda umana di Gesù, che nella celebrazione eucaristica ci è sempre riproposta nel suo valore salvifico di sacrificio perenne, secondo l’ordine di Melchisedek, il giorno delle Palme si pone davanti ai nostri occhi e alle nostre orecchie nella sua interezza. Una sequenza di avvenimenti, dall’ingresso trionfale in Gerusalemme tra le folle festanti di Ebrei che cantano «Osanna al figlio di David», all’istituzione dell’Eucarestia durante l’ultima cena, che in fondo è la prima della Nuova ed eterna alleanza, l’iniquo processo intentato a Cristo dai suoi avversari fino alla via del Calvario e alla crocifissione, altro non è che la memoria dell’amore di chi era senza peccato e, come l’agnello indicato da Giovanni Battista, si è caricato di tutte le iniquità per inchiodarle al palo infamante del supplizio, di chi si è dato tutto a tutti, come cibo materiale e spirituale transustanziandosi, di chi ha affrontato a viso aperto l’ingiustizia del potere politico che inibisce la giustizia di Dio, rifiutando le legioni di angeli in suo soccorso, ma fidando comunque nel Padre che veglia sul suo cammino. A tutti era parsa la sconfitta, la fine, l’annientamento di quel tesoro geloso che era la sua uguaglianza con Dio, e invece è stato il seme che, piantato nel cuore della terra, è germogliato a vita nuova. Gesù è la figura della nostra vita, quando ci crediamo all’apice della gloria mondana, eppure dobbiamo essere disposti a testimoniare la verità, che è giustizia sociale e politica contro le aberrazioni, perché dobbiamo essere pronti a donarci tutti agli altri in nome di Gesù di Chi lo ha mandato a noi. La croce non si cerca né si acquista, ma si accetta e si conquista non per il compiacimento del dolore in sé, ma perché è quello il senso della vita stessa: capire che la nostra esistenza va vissuta ogni istante, senza rifiutare nulla di ciò che ci è dato. È questa la glorificazione del nome del Signore. Lo ha capito Simone di Cirene, che ha aiutato Gesù a portare la croce, mentre forse era Gesù che lo aiutava a trovare il senso di quel supplizio lungo la via verso il Golgota. La vicenda della Passione è anche il senso della storia, perché gli uomini da soli non sono in grado di annientare il nemico vero, che è la morte spirituale e corporale, ma giudicano, condannano, vendono gli amici, vivono nel delirio di onnipotenza. Gesù ci ha preceduti in questo, ci ha liberati dai vincoli della grettezza, perché la croce altro non è se non la porta aperta al cielo, piantata alla terra com’è, e allargata in un infinito abbraccio. La Passione non è il termine ultimo della vita: lo sapeva Gesù e lo sappiamo anche noi. È un passaggio, come Mosè e gli Israeliti attraverso il Mar Rosso. Gesù ci ha mostrato la via, perché è lui la via, ha distrutto la morte, perché è lui la vita, ha abbattuto ogni falsità, perché è lui la verità. Nelle sue mani, nulla possiamo temere: il rosso del sangue lascerà posto al bianco della trasfigurazione nella sua realtà mistica, che è anche la nostra realtà. Questa è la Passione, un momento di gioia. 
Copyright testi (C) Federico Cinti 2020
Immagine tratta dal web

domenica 29 marzo 2020

Nella quinta domenica di Quaresima - Anno A - ( Letture: Ez 37, 12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45)

Lazzaro è in agonia. Gesù è lontano
da Betania. Lo mandano a chiamare
Marta e Maria, le sue sorelle. Invano
nel loro cuore sembrano sperare:

il Signore si trova oltre il Giordano.
Muore Lazzaro, nulla si può fare
ormai. Giunge Gesù. Quel morbo insano
lo ha addormentato. È inutile pregare.

Piange Gesù: gli si fa triste il cuore.
Lui è la via, la vita oltre la morte,
è lui la verità, lui il Redentore.

Chiama il suo amico, che esce dalle porte
del sepolcro da cui manda già odore:
glorificare il Padre è la sua sorte.

Casalecchio di Reno (Bologna), 29 marzo 2020 
In ognuno di noi vi è un Lazzaro che deve uscire dal sepolcro che manda già odore per glorificare Dio, il Signore della vita vera. L’immagine dell’infermità di questo amico di Gesù è in fondo lo specchio in cui tutti noi ci troviamo in qualche momento della vita. Se è vero che il racconto può avere in filigrana  la simbologia battesimale per cui il catecumeno viene chiamato fuori dal sepolcro d’acqua, come il mondo alla creazione, al principio del tempo, viene sciolto e slegato per essere una creatura nuova, come dopo le doglie del parto s’esce dal liquido amniotico e si vede la luce, è altrettanto vero che in questo brano del quarto Vangelo è descritta perfettamente la nostra vita che anela costantemente alla risurrezione verso la verità e la via, che è Gesù stesso. Il Signore si trovava lontano, oltre il Giordano, e Lazzaro si era ammalato, a dire che lontani dal Salvatore non si sta bene, anche se si è suoi amici. Eppure, attraverso la preghiera e la fede è possibile ritornare allo stato di grazia originario, si può tornare a rivedere il senso vero delle cose, perché Gesù piange per noi d’un amore vero e immenso. in questo la figura di Lazzaro porta a compimento il percorso che, iniziato dalla Trasfigurazione, in cui Gesù si è mostrato per chi veramente è e per quello che veramente noi saremo, passa attraverso l’acqua della samaritana, in cui la sete naturale si sazia solo con quella soprannaturale di Cristo, che ci attende, anch’egli assetato di noi, alla luce del cieco che ora si è liberato da tutti gli orpelli che lo opprimevano per rinascere alla vita nuova, alla vita vera. Il Lazzaro mortale è destinato alla consunzione della carne, ma il nuovo Lazzaro, quello vivificato dalla potenza del Redentore è già pronto per l’eternità. In questo Gesù ci ammonisce a non disperare mai, a pregare sempre, ad affidarci solo a lui e alla Chiesa, suo corpo mistico. Il percorso della salvezza culmina non nella morte e crocifissione del Signore, ma nella sua risurrezione, preludio alla nuova creazione.

Copyright testi (C) Federico Cinti 2020
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