mercoledì 14 febbraio 2018

Vorrei a San Valentino


Vorrei stringere tutto l’universo
con stupore nel cavo di una mano,
vorrei chiudere il mondo dentro un verso
dal ritmo lieve, soavemente piano,

vorrei cercare tutto il tempo perso
dal giorno più remoto e più lontano,
vorrei abbracciare tutto il cielo terso

come in un sogno folle e sovrumano,

vorrei cantarti una dolce canzone
col mio più chiaro e delicato tono
e suscitarti una qualche emozione,

vorrei essere sempre ciò che sono
come sono con tutte le persone
per potertene adesso fare dono.

Casalecchio di Reno (Bologna), 14 febbraio 2018


Che poi, detto tra noi, san Valentino con la festa degli innamorati non è che c'entri un granché. Sì, è stato eletto come giorno dedicato a chi si ama, ma il motivo è avvolto un po' nella nebbia. se ne danno alcune spiegazioni, talvolta leggendarie, ma nulla di realmente fondato. Più che altro mi pare carino avere un giorno da dedicare a questa ricorrenza. Sì, lo so che il tutto suona sempre come scusa per altro; però, dai, non è nemmeno male sottrarsi alla distrazione e alla monotonia per concedersi un piccolo momento e per concederlo alla persona per noi più importante. Non vorrei sembrare sempre eccessivamente critico. Già mi sono espresso sul fatto che il San valentino cui pensiamo tutti sia ricorrenza commerciale, ma è anche vero che è l'intenzione, il giudizio con cui lo si vive che fa tutto. Se tale festa significa dedicare un po' di noi all'altra (o all'altro), beh... questo mi pare buono e soprattutto giusto.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: Mattias, Little bird big cloud, Flickr

Per te a San Valentino


La tua semplicità, la tua dolcezza
nell’essere, nel dire, nel parlare,
la tua unica, estrema tenerezza
in tutto quel che vuoi o che devi fare,

la tua sincerità, la tua franchezza
nel gesto quotidiano o singolare,
la tua rara e mirabile bellezza
nel dettaglio anche più particolare

ti rendono la cosa più preziosa
tra mille che non hanno alcun valore
nell’ora che ci fugge frettolosa,

ti rendono il più splendido colore
di una giornata altrimenti noiosa,
tu che sei tra le donne la migliore.

Casalecchio di Reno (Bologna), 14 febbraio 2018

San Valentino, e il mondo si ferma a pensare un po' all'amore (e agli innamorati), a quanto sia bello volersi bene (oh, il vero bene), al di fuori e al di là di tutte le convenzioni sociali e commerciali (sì, magari un po' commerciale lo è pure, ma che ci si può fare?). Sarebbe bello, questo sì, che ognuno di noi dedicasse alla persona di cui è innamorato quel che è capace di fare... per esempio, io che non so fare nulla, ho provato a scrivere qualche verso. In questo modo, provo a rendere speciale una persona che è già unica, che è la migliore. Insomma, San Valentino rende felici. Io oggi mi sento felice. Poi so che domani molti festeggeranno san faustino quale patrono dei single, anche se con i single nulla c'entra. del resto, anche san Valentino pare che non c'entri poi nulla con gli innamorati.

Copyright (C) Federico Cinti 2018

Immagine: Rose petals close-up, Picdrome Public domain, Flickr

martedì 13 febbraio 2018

Martedì grasso


Era l’uscio socchiuso lo spiraglio
da cui sottrarsi senza più ritorno
al monotono, ennesimo travaglio
del ripetersi inutile di un giorno

fuggitosene via quasi per sbaglio
nel capriccio dell’ora, per lo scorno
indifferente o solo per l’abbaglio
di chi continua a rimanerci intorno,

era forse la porta laterale
che conduceva dove tutto è nuovo
a liberare dal consueto male,

dove a volte destandomi ritrovo
la dolcezza infinita del reale,
come se fossi a casa, e mi commuovo.

Casalecchio di Reno (Bologna), 13 febbraio 2018

Ma oggi il carnevale ha ancora senso? A volte me lo chiedo, anche se non riesco a rispondermi in modo chiaro. Voglio dire: il ribaltamento dei ruoli sociali, la trasgressione, l'urlo liberatorio non sono tutti elementi diventati strutturali, costanti, permanenti? Mi convinco sempre più che avesse ragione Lucio dalla a cantare: "Ma l'impresa eccezionale, dammi retta, / è essere normale" ("Disperato erotico stomp"). Siamo, e mi ci metto anch'io, alla spasmodica ricerca di una via d'uscita, che rompa le catene della monotonia del quotidiano. Eppure c'è un momento, c'è un luogo in cui questo è possibile, come se ci si ridestasse da un torpore continuo. Insomma, è la ricerca di noi stessi a liberarci dai vincoli soliti, allorché troviamo una fessura da cui poterci intravvedere, in cui poter respirare aria pura, pulita. Magari capita solo un attimo, magari è la visione rapida di quello che realmente è al di là della fenomenologia da altri impostaci. Ma non basta? Occorre avere questa consapevolezza per non essere fagocitati dal meccanismo, per avere un antidoto che ci renda consapevoli che possiamo salvare la nostra anima. In questo senso, allora, interpreto il "semel in anno licet insanire" ("una volta all'anno è lecito diventare pazzi") rispetto all'abito che ogni giorno dobbiamo vestire. Ecco, in questo senso il carnevale mi comunica ancora qualche cosa.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: SAND Maurice. Masques et bouffons (Comedie Italienne). Paris, Michel Levy Freres, 1860 - from de:wikipedia 

lunedì 12 febbraio 2018

Nevica e penso a te


Nevica e penso a te, penso all’ebbrezza
dell’aura di cui tu sei circonfusa,
sospesa nella lieve tenerezza
soltanto tua, come la luce effusa

sopra di me dalla sublime altezza
dei mondi in mezzo alla realtà confusa
dagli inutili orpelli, dall’asprezza
di questa vita spesse volte astrusa

privata d’un perché, senza ragione,
e tu, nel tempo che si è fatto breve
nell’ansia eterna della mia passione,

tu così vera, tu, semplice, lieve,
splendi di grazia propria, d’emozione
indicibile, tu, tinta di neve.

Casalecchio di Reno (Bologna), 9 dicembre 2017


Eppure le previsioni del tempo avevano detto che oggi avrebbe nevicato, ma non avevo dato loro troppo peso. del resto, una volta non erano molto precise, mentre oggi che lo sono si pone il problema di quale meteo seguire. Nell'andare alla fermata dell'autobus ho incontrato due amici: il primo diceva che avrebbe nevicato a mezzogiorno, il secondo alle 18:00. Oh, insomma, a me bastava poi che iniziasse a mezzogiorno e mezzo, in modo da tornare a casa, mettermi le pantofole e non uscire più in caso di precipitazione. Anche a scuola, poi, qualcuno diceva che avrebbe nevicato alle nove in punto, perché il cellulare non sbagliava, il suo almeno, e quello degli altri sì. E così, entrato in classe, ho fatto la fatidica domanda e alcuni studenti, guardando fuori della finestra, mi hanno detto che sì, nevicava un po', ma altri dicevano che pioveva acqua pesante. Insomma, il tempo incide proprio su tutto. 

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: panoramio - Epic Chill, Wikipedia


domenica 11 febbraio 2018

Nella VI Domenica del Tempo Ordinario

Nella prova più dura, nel momento
in cui più insostenibile è il dolore,
quando tutto è fatica, tutto è stento
dentro e fuori di noi, mentre il cuore

quasi dispera in preda allo spavento
nella sua solitudine interiore
fino al naufragio d’ogni sentimento,
allora occorre chiedere al Signore

con l’inesausta fede del lebbroso:
«Se tu lo vuoi, mi puoi purificare».
E il Signore che è buono, che è pietoso,

dirà anche a noi che vuole risanare
l’anima in cerca solo del riposo
dal morbo per poterlo ringraziare.


Casalecchio di Reno (Bologna), 11 febbraio 2018



Non è la lebbra di per sé, nell'episodio del Vangelo di oggi, che lascia stupiti, ma l'atteggiamento del Signore che non ha paura di avvicinarlo, di parlargli, di toccarlo. La lebbra era, ed è tuttora, una malattia terribile, ma nulla è impossibile a Dio. Ogni malato, ma anche chiunque abbia difficoltà, sa bene che cosa significhi trovarsi a un certo punto da solo, da solo con se stesso dico: è un mondo che crolla, una dimensione senza più certezza, un limite che s'avvicina inesorabilmente. Eppure la speranza c'è, perché Gesù non abbandona: incontra, parla, tocca e risana. Il morbo è spesso invisibile, però, è interiore, ed è l'incapacità di riconoscersi bisognosi d'un altro, dell'altro, nel delirio di autosufficienza e indipendenza da tutto e da tutti. Il peccato, spesso, non è quello che si fa, ma quello che si è. demolire quella corazza di certezze fallaci è difficile, ma solo nella prova se ne fa esperienza vera, quando si capisce che non siamo da soli, non siamo per caso, per accidente del fato. Dio è più grande delle miserie umane e ci libera pure da noi stessi.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: Cosimo Rosselli, Sermone della Montagna, Wikipedia

Alla Madonna di Lourdes

Nella grotta dell'anima, dal fondo
del cuore rifiorisce la speranza
come dono dolcissimo del mondo
smarrito tra le tenebre in cui avanza,

un'acqua viva sgorga dal profondo
a effondere ogni grazia in abbondanza
in chi si riconosce sitibondo
nel suo errare, in chi avverte la mancanza

del vero bene, in chi umile e pentito
tra le braccia materne di Maria
offre se stesso e quello che ha patito

ritrovando la gioia e l'armonia,
e così rinnovato, convertito
da Gesù, può riprendere la via.

Casalecchio di Reno (Bologna), 11 febbraio 2018

Oggi ricorre il CLX anniversario della prima apparizione della Madonna a Lourdes. Mi fa una certa impressione pensare che, centosessant'anni fa, quando la scienza e la tecnica di stampo positivista impazzavano in tutt'Europa nell'assurda e ideologica convinzione di spazzare via i retaggi superstiziosi (per non dire religiosi) e portare finalmente la luce nelle povere menti obnubilate da una stanca tradizione, la Vergine Maria appare a una giovane, Bernadette Soubirous, povera e di scarsa cultura, senza chiederle altro se non di tornare in quel luogo, la grotta di Massabielle, per quindici giorni. E Bernadette risponde sì, un sì che fa eco a un altro sì, così semplice e fiducioso. Insomma, in quella grotta si riscopre la purezza e la bellezza del messaggio evangelico, anzi il Vangelo stesso. Bernadette, che non sapeva fosse la Madonna la Signora che le era apparsa, la chiamava Aqueró, che nel  suo dialetto significa Quella là. E la Signora non le promise la felicità in questo mondo, ma nell'altro. Non guarì Bernadette dai suoi mali fisici, ma senz'altro le diede la forza e la capacità di affrontare il dolore, la malattia e anche le avversità e il disprezzo di certuni, come la superiora del convento di Nevers.
Oggi è anche il giorno che san Giovanni Paolo II ha dedicato al malato, sicuramente ricordando i benefici che la fede concedono ai pellegrini che si recano al santuario della Vergine di Lourdes. Chi va là è, infatti, come se guarisse da se stesso, non dalla malattia, è come se trovasse l'accettazione vera che ogni attimo della propria esistenza è vita e per questo è degno d'essere vissuto. Ecco, allora, che nella fonte che Bernadette ritrova, scavando nella terra, vi è il segno del battesimo, del rinnovamento, della vera appartenenza a Dio.


Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: La grotta di Lourdes; foto di A.M., scattata il 6/9/2013.

sabato 10 febbraio 2018

Allo specchio

Forse, al di là del limite, oltre il bordo
inconsistente dello specchio, dietro
la frontiera impalpabile del vetro

si cela la realtà vera, il ricordo
di un’età senza età, di un io perduto
dentro l’eternità dell’assoluto

tenuto stretto un giorno, conosciuto,
adesso eco dell’eco, ombra dell’ombra
d’un abbagliante sogno che c'ingombra.

Casalecchio di Reno (Bologna), 12 giugno 2017

M'ossessiona il pensiero della soglia, del confine, del margine, del filo che separa qualcosa, il prima e il poi, il tempo che diventa immediatamente da futuro a passato. Ecco l'inizio, ecco la fine, in un perenne circolo che mi mette un po' d'angoscia nel mondo del perenne transeunte, della fluttuazione senza fine. Eppure i giorni passano, finiscono; eppure tutto ha inizio, tutto ha fine. E lo specchio apre realtà illusorie (o irreali? Non l'ho mai pienamente capito). In questi giorni leggo e rileggo del castello d'Atlante, di cui parla Ariosto nel "Furioso", luogo magico in cui tutti cercano qualche cosa che hanno smarrito o che non hanno mai posseduto, ed è una corsa senza pace, senza requie, simile a un tuffo - oggi diremmo - nel virtuale del cellulare che teniamo sempre in mano. Lo schermo è una soglia, un bordo, un margine, uno specchio dove tutto cade e in cui tutto si confonde: è il mito di Narciso che coglie la propria immagine come fosse quella d'un altro e se n'innamora fino a perdersi. E la carrucola cigola nel pozzo a scandagliare chissà che inconsapevole, recondita, insondabile profondità. L'ignoto che si cela nel non conscio si riflette nello specchio di un io che non conosciamo nemmeno per nome: è il gioco della luce e delle tenebre, di Apollo e Dioniso, eterni rivali perché nessuno dei due è in grado di vincere l'altro, che a sua volta è invincibile. Questa soglia m'affascina e confonde e seguo un'armonia dolce nel cuore, che risuona come nenia che mi culla, le fughe eterne dell'eterno Bach. E il ripetersi comincia e ricomincia per un'altra, l'ennesima, ossessione.

Copyright testi e foto (C) Federico Cinti 2018