sabato 9 giugno 2018

Cuore immacolato di Maria

Veramente una spada ha trapassato
per la rovina e la resurrezione
di molti il sacro Cuore Immacolato
di Maria, in segno di contraddizione


allora e sempre, perché sia svelato
il pensiero di tutte le persone
in questo mondo a volte dissennato,
come aveva predetto Simeone,


e quel cuore trafitto dal dolore
fa sgorgare con semplice dolcezza
doni d’eterna grazia con amore,


pietoso ci consola nell’asprezza
perché è l’unico tramite al Signore,
vita via e verità, nostra salvezza.


Casalecchio di Reno (Bologna), 9 giugno 2018

Nella sua profezia, Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che incontra il piccolo Gesù, quando viene presentato al tempio dai suoi genitori, preannuncia chiaramente che il cuore immacolato di Maria verrà trafitto da una spada:

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima» (Lc 1, 33-35).

Ecco, il cuore di Maria è come uno scrigno in cui è contenuto un tesoro immenso, un tesoro di grazie inesauribile, perché ha seguito il Figlio dal concepimento alla morte in croce, dove Gesù le dice che è Madre di tutti coloro che lo amano, ed è quindi madre della Chiesa, e lo ha seguito anche nella Resurrezione dai morti nella vita nuova di cui il Risorto è primizia. Per questo, chi si affida a Maria e al suo Cuore Immacolato si pone sulla salda rupe della salvezza, come all'ombra del tabernacolo, perché proprio Maria è stata il primo, immenso tabernacolo per chi abita l'immensità dei cieli.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: Our Lady of the Sacred Heart by Ciseri, Wikipedia

venerdì 8 giugno 2018

Al di qua della soglia

Ininterrotto il filo s’allontana
oltre le case, dove l’occhio cade
senza vedere, della Porrettana,


va tra il rumore querulo del giorno
tuffato nel gomitolo di strade
raggrumate di vita tutt’intorno,


ma non ho voglia di seguirlo: ho voglia
di restarmene qui, nella mia stanza
buia in attesa, qui, dietro la soglia
intatta, a contemplare la speranza.


Casalecchio di Reno (Bologna), 
10 maggio 2017



Voglio stare al di qua, voglio restare dove si può rimanere tranquilli, sulla soglia a rimirare l'infinito, perché ogni limite segna la nostra libertà di scelta, di scegliere tra il bene e il male. Ecco, la Porrettana, la via che conduce a Bologna o a Casalecchio, che un tempo si chiamava Saragozza anche qui da noi, non solo fino al Meloncello, il bell'arco che congiunge il portico di Saragozza appunto alla via di San Luca, lo sento come il mio limite, il mio margine: attraversarla mi porta al di là della mia parte, della parte che sento mia. Oh, non so, forse è solo un'ubbia, ma mi sento impacciato: è come se io cercassi di guardare il mondo alla rovescia. Non so se io mi sia riuscito a spiegare, ma è come se mi si ribaltasse la prospettiva. Insomma, sto bene dalla parte del portico, all'ombra degli archi così familiari. Al di là ci si inerpica su per il monte, su per la salita così faticosa, così alta. Resto sereno qui, resto contento di quel poco che ho e che ricordo nella memoria di bambino. E tanto basta.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine, Pappageno, L'arco del Meloncello, Wikipedia

Sacro Cuore di Gesù

Sacro cuore del dolce mio Signore,
hai conosciuto il male e l’agonia
del nostro mondo pieno di dolore
lungo la tetra, faticosa via


del sacrificio estremo per amore
che tutto accoglie in sé, che tutto espia
nel lavacro del sangue, nel pallore
della morte del corpo perché dia


la vita vera a chi ha riconosciuto
che in te, soltanto in te sarà salvato
per sempre, che sei tu l’unico aiuto


del nostro essere breve, limitato,
però lieto d’avere ricevuto
per grazia il tuo perdono dal peccato.


Casalecchio di Reno (Bologna), 8 giugno 2018


Il secondo venerdì dopo la Pentecoste si celebra il Sacro cuore di Gesù ed è una festa grande, perché si rende culto grande a quella parte del corpo umano di Gesù che ha diritto di essere adorata, perché il cuore è simbolo dell'amore del Salvatore del mondo. Molto profonda e significativa è la sua rappresentazione, coronato com'è di spine, sovrastato dalla croce e trafitto dalla lancia; in più, il cuore è circondato dalle fiamme ardenti dell'amore che Cristo porta per tutti i peccatori. E non bisogna gioire per questo, non si deve essere lieti? Anche il nostro cuore, quindi, si conforma a questa dimensione di grazia, perché nel cuore di Gesù sono contenute tutte le grazie di cui abbiamo bisogno. Riconoscere tale verità cambia radicalmente il modo di vedere la realtà, perché ci rende liberi. Ed è proprio una grande festa, quella del Sacro cuore di Gesù, associata a quella del Sacratissimo cuore di Maria, di cui si fa memoria il sabato seguente, ossia domani, perché sempre la Madre è unita al Figlio nel disegno della salvifica redenzione del mondo.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: Goudborduurwerk H. van Severen, Sint-Niklaas Ca.1900, Wikipedia

giovedì 7 giugno 2018

Favola di Casalecchio

La tremula luna sul Reno
in limpidi fili d’argento
illumina il viso sereno
tra brividi brevi di vento


e il cielo, allargandosi pieno
di cura, con flebile accento,
la culla nel fulgido seno
per qualche infinito momento;


S’allaga dovunque, si posa
la notte, vestita di vecchio,
protesa a cercare qualcosa,


e scivola, come allo specchio,
con dolce profilo di sposa
l’immagine di Casalecchio.


Casalecchio di Reno (Bologna), 24 luglio 2017


C'era una volta un piccolo comune, che poi tanto piccolo non era, alle porte di Bologna; anzi, non era nemmeno alle porte di Bologna, che sono dodici e segnavano l'accesso alla città che era circondata come in un dolce abbraccio una volta dalle mura di cinta, oggi dai viali di circonvallazione, bensì sul confine, e si chiamava Casalecchio di Reno. C'era una volta questo comune, ma c'è pure adesso, ed è esattamente dove abito io da sempre, da quando sono nato. Sì, è vero, io sto alla Croce, la zona che non è più Casalecchio e non è ancora Bologna, il quartiere più bello di tutti, ma non starei troppo a sottilizzare. È un luogo davvero da favola, immerso nel verde sotto il Monte della Guardia, il Monte di San Luca, e tutto è mirabile, tutto è suadente, soprattutto dove la speculazione edilizia non si è accanita troppo sul territorio. Spesso, quando la luna ci mostra pieno il suo volto dal pallore argenteo, sembra di trovarsi in un paesaggio senza tempo, senza età, in cui il cuore comincia a fantasticare. E quando si riflette sulle acque placide del Reno, il fiume che attraversa Casalecchio dandole il nome, sembra proprio di trovarsi in un'altra dimensione. Tutti i poeti hanno dialogato con la luna, da Omero, Virgilio, Tasso, Leopardi, Pascoli per citarne qualcuno; ma qui, da noi, come dalla mia finestra, si sarebbero trovati davvero a loro agio. Ecco, questa è solo una delle infinite particolarità di Casalecchio e delle sue favole, tutte da raccontare e da ascoltare.

Copyright (C) Federico Cinti
Immagine di Federico Cinti, La luna al perigeo su Casalecchio.

mercoledì 6 giugno 2018

Il giorno di Orazio

Orazio, Carmina, I, 11.

Non chiedere, sacrilego è sapere,
che fine a me e a te diedero gli dèi,
Leuconoe, e non tentare i babilonici
Calcoli. Come è meglio sopportare
tutto ciò che sarà, sia se più inverni
conceda Giove o l’ultimo sia questo
che tra opposte scogliere fiacca il mare
Tirreno. Sii sapiente, filtra il vino
e ogni lunga speranza al tempo breve
taglia. Mentre parliamo è già fuggita
l'età invidiosa: cògli ogni giornata,
senza dare alcun credito al domani.



Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati.
Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem quam minimum credula postero.






Non c'è nulla da fare: quest'ode di Orazio, l'undicesima del primo libro, proprio non mi dà pace. Ogni volta che la leggo, scopro qualche cosa di nuovo, una sfumatura, un dettaglio, anche solo un suono evocativo, che non avevo notato prima. Certo, qualcuno mi dirà che è la prerogativa dei classici quella di essere più attuali del giornale di oggi, che in effetti parla o racconta ciò che è avvenuto ieri. Ma che ci posso fare? C'è una ciclicità nell'insegnamento, che in fondo è come il passaggio di testimone: quando si sono scoperti tesori di questo genere, come si fa a non aver desiderio di farli scoprire e condividerli con i propri compagni di viaggio? Già, perché gli studenti sono miei compagni di viaggio e anche loro hanno spesso da insegnarmi molte cose. Non dico nulla di nuovo, dato che già lo ha detto mirabilmente Seneca: «homines dum docent discunt» ("gli uomini mentre insegnano imparano"). A scuola è verissimo: docenti e studenti si trovano nello stesso luogo per imparare e insegnare contemporaneamente. Anche Orazio, il nostro Quinto Orazio Flacco, che nell'"Epistola" I, 4 si definisce un porco del gregge di Epicuro, in quest'ode - e in molte altre - si pone come un maestro, un grande maestro di vita. Qui parla con un personaggio di cui nulla sa, perché in fondo siamo tutti noi: in quel nome parlante, "Leuconoe", che significa persona "dalla mente chiara" sta chiunque sia in grado di capire, di essere saggio, di non chiedere agli oracoli divini o agli oroscopi babilonesi il futuro. Bisogna vivere oggi, con le gioie del presente, senza pensare al domani. Lo ribadisce bene in chiusa, quando afferma risoluto: «carpe diem», cogli con forza il giorno, l'oggi, il presente. Certo, a molti piace tradurre "cogli l'attimo", magari "fuggente" come nel famoso film interpretato da Robin Williams. Ma non è proprio così, non è proprio la stessa cosa, perché la concezione oraziana è un po' diversa. Ogni giorno che si ha in più, ogni giorno che si riesce a strappare al fato e al computo dei giorni donati dalla fortuna va ritenuto un guadagno, va posto nel novero dei crediti. E bisogna gioire di questo, assieme all'amore e al vino, finché passino tutti gli inverni della nostra vita. Ecco perché mi piace rendere in modo preciso "cogli (con forza) la giornata". Il verbo «carpere» è il verbo tecnico del raccogliere i frutti: ogni giorno che strappiamo al fato è un guadagno che frutta alla nostra vita.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagini: Una meridiana con l'iscrizione Carpe diem, Dimitri N. (DimiTalen, DimiCalifornia) - Opera propria, Wikipedia; Statue d'Horace à Venose (Italie), Wikipedia

martedì 5 giugno 2018

A Leonina nel settimo anniversario

Ti ricordo così, semplicemente
unica nella sapida ironia
del tuo parlare serio, ma tagliente,
sempre uguale, così, con chicchessia,

senza mai distinzione tra la gente
nota o quella incontrata per la via,
grande com’eri tu, grande docente
d’ingegno acuto, arguta simpatia.

Ti ho conosciuta forse troppo tardi
con la tua voce grave, tremebonda
dopo le corse per i tuoi ritardi

atavici per l’ultima tua bionda
sigaretta, Leonina, che ora guardi
serena la tua pace più profonda.

Casalecchio di Reno (Bologna), 5 giugno 2018


Era l'Ascensione il 5 giugno 2011: mi è rimasto scolpito nella memoria, perché mi è parso quasi un segno inequivocabile del suo desiderio di vedere finalmente a faccia a faccia l'Autore della vita. Già, sette lunghi anni, che pure mi paiono volati letteralmente via. Anzi, quasi non mi sembra vero. Leonina Cupani si può dire che io la conoscessi da sempre, perché era la mamma di due miei cari amici, compagni di scuola. Per me lei era sempre la professoressa, alta, solenne, impettita, ovviamente con la sigaretta in mano. Nell'immagine di bimbo m'incuteva non solo timore reverenziale, ma anche un po' di paura. Sì, era la mamma di Paolo e Luca, ma questo non bastava a placare i miei terrori. Poi, va da sé, crescendo, si capiscono molte cose; oh, intendiamoci, non si capisce mai tutto, ma qualche cosa in più sì. Per uno strano caso delle circostanze, poi, sono diventato insegnante anch'io. Non lo avrei mai detto, eppure sì: quando lei è andata in pensione io ho preso servizio, come in una sorta di passaggio di testimone. Ho ancora sulla mia scrivania il regalo che mi fece per la laurea e, quando lo sfioro, il mio pensiero va a lei. All'inizio non credevo che avremmo potuto avere qualche cosa in comune, anche perché all'inizio si è convinti di sapere tutto. Poi, invece, un anno non riuscivo a trovare nessuno che m'aiutasse a correggere i compiti, anche perché uno straccio di lettore mi serviva e chiesi aiuto a lei, ma non perché io volessi lei. No, le chiesi solo se conosceva qualcuno. Così cominciammo per circa un anno, un anno e mezzo, a trovarci regolarmente per leggere e correggere. Ma fece molto, molto di più. Capitava che era l'anno in cui avevo la mia prima quinta e deve avermi visto visibilmente in difficoltà o, se non altro, un po' impacciato. E allora sì che c'è stato il passaggio di testimone: mi diceva che cosa faceva lei a scuola, mi registrava alcune lezioni e letture, che conservo tuttora come un vero e proprio tesoro. Insomma, mi ha insegnato tantissimo. Ed è così che ho potuto conoscerla come veramente era, perché era incredibile, dotata d'un'ironia formidabile che gareggia quasi con la mia, acutissima e molto arguta. Amava il caffè, quasi come me, e abbiamo fatto lunghe discussioni su di esso. Fumava, fumava molto, come un'intellettuale gemebonda, per citare il suo amato Gozzano, anche se il suo idolo era Leopardi: quando lo nominava, si alzava in piedi in segno di reverenza. Poi, nulla, come succede, la malattia. Anche in quel periodo non è venuta meno la sua vèrve e potrei raccontare mille aneddoti, ma forse non è il momento giusto. Insomma, oggi la voglio ricordare così, viva e forte com'era. So bene che adesso sarà davanti al Signore, in cui credeva profondamente. e questo mi consola.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: Ascensione di Giotto (1304-1306), Wikipedia

Appena assopito

Voci d’un altro me, d’un Federico
di cui nulla più so, nulla conosco,
senza più volto o età, d’un tempo antico
che non esiste più, labile, fosco

in ciò che più non è, dentro l’intrico
cupo d’una realtà simile a un bosco
fitto come il mistero che non dico
e non capisco ormai né riconosco,

ascolto ora distratto in lontananza,
simile a un'eco languida, smarrita
in fuga sulla flebile distanza

della linea del cielo indefinita,
mentre nasce nel cuore la speranza
d’un nuovo giorno, d’una nuova vita.

Casalecchio di Reno (Bologna), 5 giugno 2018


Anche oggi mi ero un attimo appoggiato al letto, dopo pranzo, per riprendermi un po' dalle fatiche della mattinata. Oh, intendiamoci, non che io abbia fatto chissà che, anche perché oggi è fortunatamente il mio giorno libero; però, non so, dopo aver mangiato soddisfare il desiderio del pisolo è quasi d'obbligo. E mentre ero lì, sul letto, ora che si possono tenere le finestre aperte, il mondo è come se entrasse prepotentemente in casa: odori, suoni, voci lontane... E inevitabilmente un po' ci si appisola, e la fantasia comincia a vagare libera, a elaborare immagini e ricordi come se fossero presenti e vivi. E così mi sono rivisto, mi sono ritrovato, giù come quando ero all'asilo, il mio asilo, "l'asilo vecchio" come lo chiamavo io. Ma non ero più io, no, era un altro, e mi vedevo distintamente. Sarà che questa mattina, sotto il portico, ho incontrato l'inossidabile Laura Bassi, la mia maestra proprio dell'asilo e con lei mi sono fermato a parlare un po'. O forse no, semplicemente mi sono sentito libero di uscire un po' da me per tornare quel bambino che ero e che ovviamente resto pure adesso, e con un certo compiacimento pure.

Copyright (C) Federico Cinti 2018
Immagine: Photo by Wendy Aros-Routman on Unsplash